30 settembre 2010

Party of European Socialists march for a recovery based on jobs

"These thousands demonstrating on the street of Brussels today are the hardworking ordinary citizens of Europe who have had to carry too heavy a burden in the aftermath of the economic crisis," said Poul Nyrup Rasmussen, PES President. "European leaders, using European solutions, must define a new balanced way to recovery that illustrates that the lessons of the crisis have been learned and the burden shared."
Mr. Rasmussen was part of a PES bloc in a demonstration that the organisers, the European Trade Union Confederation (ETUC), estimated at over 100,000 people. The PES leader was joined by Members from the Socialists and Democrats (S&D) Group in the European Parliament. 


24 settembre 2010

Donne Socialiste tra Svizzera e Italia

Donne in maggioranza al governo, Svizzera in festa. La Suisse en rose.

Due nuovi consiglieri federali non fanno ancora un nuovo orientamento della politica del Consiglio federale, per la prima volta in maggioranza femminile. Ha suscitato entusiasmo tra le donne svizzere l’elezione a ministro di Simonetta Sommaruga., socialdemocratica, bernese di 50 anni, Sommaruga ha un passato di attivista per i diritti dei consumatori. Un’elezione storica, da parte del Parlamento di Berna, perché per la prima volta il governo federale è composto in maggioranza da donne, nel Paese che per ultimo, in Europa, aveva concesso il suffragio universale femminile, soltanto 39 anni fa.Un dato scontato, vista la scelta del Partito Socialista Svizzero di candidare due donne. Ma di per sé è un traguardo molto importante nella parità fra i sessi in politica. Da oggi le donne non sono più una minoranza in governo, e se qualcuno si ricorda come fu travagliata l’elezione di Ruth Dreifuss in governo, si può dire che le cose, anche sotto il cupolone, sono cambiate. Non c’è più la pregiudiziale anti-femminile.

Nella nuova Direzione Nazionale del PSI per la prima volta una eletta per investitura diretta. Anna Falcone



Lo scorso 18 Settembre 2010, il Consiglio Nazionale del PSI, riunito a Ravalle (Ferrara) per la festa dell’Avanti, ha eletto la nuova Direzione Nazionale del Partito Socialista Italiano.
All’elenco formato su proposta delle Regioni, l’Assemblea del Consiglio Nazionale - su esplicita richiesta del segretario Regionale della Toscana, supportato dai segretari di Lombardia e Abruzzo e da altri membri del CN - ha chiesto, prima della votazione definitiva, di aggiungere il nome della compagna Anna Falcone, per i meriti ed i risultati ottenuti in Italia e in Europa come rappresentante nazionale delle pari opportunità e per l’impegno e le qualità dimostrate come giovane dirigente del PSI.
Molte proteste, infatti, si erano levate dalla platea per l’assenza dall’organismo della giovane dirigente, fra le più apprezzate e popolari del Partito in tutta Italia.
L’ampia maggioranza di voti positivi espressi ha fatto sì che per la prima volta un dirigente nazionale entrasse a far parte dell’organismo sovrano del PSI per investitura diretta da parte del Consiglio Nazionale.
La Falcone ha ricevuto i complimenti di moltissimi compagni e dirigenti per il lavoro svolto e il risultato ottenuto in termini di consenso personale e politico, nonché per la ventata di entusiasmo e democrazia che la sua spontanea investitura, voluta da così tanti compagni e compagne, ha portato nel partito.
Non sempre tutto è ‘scritto’ e non tutti i partiti, o non tutti nei partiti, soffrono i mali della ‘partitocrazia’


La politica e il silenzio delle donne ( Corriere della Sera - 24/09/2010)

La crisi economica e quella istituzionale: le onorevoli spariscono. Altro che quote rosa

di Marina Terragni

Può essere che neanche ci fai caso.
Hai tanto da fare e disfare, sei talmente presa dalla vita, che la cosa può anche lasciarti indifferente. Nel mondo-duplex della rappresentazione pubblica tu proprio non esisti. Ci sono le Gheddafi girls: 80 euro e ti sventolo il libretto verde, qualcosina in più e mi islamizzo del tutto. C’è il “vespaio” sul décolleté delle scrittrici e la corona turrita di Miss Italia. Ma di te, la metà abbondante del Paese reale, dal biberon alla womenomics, ben poche tracce.
Poi, quando il gioco della politica si fa duro, scompaiono anche le onorevoli, per ricomparire in qualità di amanti o cheerleader dei maschi-alfa. C’è una crisi, quella politica, dentro la crisi più grande, quella economica. Ma il punto di vista delle signore del governo e dell’opposizione interessa poco o niente. Apprendiamo che la prostituzione è la via maestra alla partecipazione, e che il corpo è “legittimamente” usabile per fare carriera anche a Montecitorio: autorizzazione dell’on. Giorgio Stracquadanio. Le signore sono interpellate solo su questi temi edificanti. Su tutto il resto, desaparecide.

Può essere, dicevamo, che una non abbia neanche il tempo e la voglia di indignarsi. Come Lucia Castellano, straordinaria direttrice del carcere di Bollate (vedi il suo Diritti e castighi, Il Saggiatore), professionista talmente capace che prima di evadere un detenuto le ha scritto un biglietto, scusandosi perché la metteva nei guai. «In effetti» ammette, «non ho fatto gran caso a questo silenzio. Se le politiche parlassero, del resto, non sono certa che direbbero cose diverse dai loro colleghi maschi. Salvo eccezioni, sono perfettamente omologate: le logiche, i termini, i giochi di potere sono sempre gli stessi. È in altri campi che le donne si esprimono pienamente. Se in politica invece sono poche e mute, è anche perché il desiderio di essere lì è molto flebile».

Un silenzio che non preoccupa neanche Michela Murgia, premio Campiello per il bellissimo Accabadora, a novembre di nuovo in libreria per Einaudi con il saggio Ave Mary sul ruolo della Chiesa nella costruzione dell’immagine femminile:



«Le donne nel governo ci sono, e non mancano all’opposizione» dice. «Ma non abbiamo garanzie del fatto che, se parlassero, sentiremmo qualcosa di sensato. Ed è proprio questo che mi manca, la sensatezza, la misura. Da chiunque provengano, donna o uomo. Il vocabolario della politica è sempre quello, e non conosce generi».

Una lontananza, una presa di distanza da una politica ritenuta sempre più scadente e meno rappresentativa. Le cose che contano nella vita non capitano lì, perciò non vale la pena di aspettarsi più di tanto. Le prime pagine dei giornali, bollettini di guerra da saltarsi a pie’ pari. La società delle donne e la “politica” degli uomini: due mondi paralleli che non si incontrano mai.

«In tutte le civiltà premoderne i due sessi vivevano divisi», osserva la filosofa Luisa Muraro. «C’erano due società, quella femminile e quella maschile, che producevano un senso vivo della differenza. Con la modernità questa divisione sparisce e compare il soggetto neutro, tagliato sul modello degli uomini. Le donne perdono i loro ambiti e restano delle disadattate culturali, per quanto inconsapevoli di esserlo. Il silenzio di cui stiamo parlando dice l’enorme difficoltà di questo adattamento, più doloroso di qualunque discriminazione».

Ma qual è il prezzo di questa estraneità difensiva? Quanto sta costando alle donne restare fuori e fare altro? «È una specie di qualunquismo che di sicuro ci sta facendo male» dice la giornalista Ritanna Armeni, autrice di Prime donne - Perché in politica non c’è spazio per il secondo sesso (Ponte alle Grazie). «E come si vede, gli uomini approfittano a man bassa di questa distrazione. Cercano di ributtarti indietro, di riproporre vecchi stereotipi: le prostitute, le amanti, le rivali. Anche per il Pd quella che si chiamava “questione femminile” non c’è più: solo candidati maschi alle primarie, e non è un problema per nessuna (solo per Matteo Renzi, sindaco di Firenze, ndr). Da decenni non eravamo messe così male. Ma anche volendo » ammette, «non c’è un solo appiglio per lasciarsi coinvolgere. Niente a cui aggrapparsi, in cui potersi riconoscere, a cui desiderare di appartenere».

Anche Flavia Perina, che dirige Il Secolo d’Italia, quotidiano ex-Pdl, dice di non aver mai vissuto un momento simile a questo di oggi : «Sono nata e cresciuta nel protagonismo politico femminile: questo è un mondo che non riconosco. Nel Pdl le donne non hanno ruolo: se il partito è il contorno del capo, loro fanno solo da contorno del contorno. A sinistra gli apparati sono terribilmente burocratizzati, e a nessuna è permesso di rompere le righe. Ma credo anche che siamo agli ultimi giorni di Pompei: la tensione si è fatta insostenibile. Chi per primo interpreterà questa domanda conquisterà il consenso delle donne».

Lo sanno bene tutti gli addetti al marketing: il mercato delle donne è un’enorme opportunità, una tigre che attende di essere cavalcata. Ma la politica è troppo miope e mediocre per rendersene conto. Fiorella Kostoris, economista e presidente dell’associazione “Pari o dispare”, è certa che non si uscirà dal ristagno politico prima di aver sbloccato quello economico: «Come fai ad aspettarti donne politicamente meno remissive quando ci sono regioni del nostro paese in cui le ragazze hanno perfino smesso di cercare un lavoro? C’è una sola risposta da dare, ed è mettere al centro il merito. Se il sistema è meritocratico, le donne vanno avanti, e il paese insieme a loro. È la chiave per risolvere in un solo colpo i problemi della crescita e quelli femminili. I tempi non saranno brevi, ma sono ottimista: c’è ormai una nuova coscienza nelle imprese. E c’è un disegno di legge sulle quote che può dare un forte impulso».

Ne è convinta anche Roberta Cocco, direttore Marketing centrale di Microsoft, responsabile del progetto “Futuro@lfemminile” e mamma di tre bambini (le donne del mercato, come si vede, sono molto meno inibite delle politiche): «Bisogna che ce lo ficchiamo in testa: il Paese ha un enorme bisogno di noi, e il momento è adesso. Ci si deve liberare dalla trappola dell’automoderazione e sottrarsi all’influenza di certe rappresentazioni miserabili. Non c’è niente di cui avere paura: dobbiamo solo dettare le nostre condizioni per poterci essere a modo nostro. Per esempio ricorrendo ampiamente alle nuove tecnologie, che permettono di tenere insieme tutti i piani della vita. E cominciare a usare la parola potere, senza esorcismi e ipocrisie».

Sul potere e su come gestirlo da donne, il dibattito si avvita da qualche decennio. Ma forse anche qui vale più la pratica che la grammatica. Una comincia, a modo suo, poi si volta indietro e vede come ha fatto.







14 settembre 2010

L'illiceità dell'esposizione ripetuta e ossessiva di uno dei simboli della Lega Nord in un edificio scolastico comunale.

di Lorenzo Cinquepalmi

Mi è stata posta da qualche amico e da qualche compagno la domanda se il florilegio di simboli leghisti ovunque nella scuola di Adro costituisse un illecito.

Personalmente penso che sia, prima di tutto, un'indecenza e, sempre personalmente, suggerirei di lasciare solo quello sullo zerbino d'ingresso, a condizione però che tutti i cani del paese fossero portati a passeggiare (e, magari, a liberarsi dei loro bisognini) sul marciapiede antistante.

Quanto al diritto, devo dire che non ho trovato una norma che vieti chiaramente, direttamente e inequivocabilmente l'esposizione del simbolo di partito nell'edificio pubblico, come, in fondo, è logico, in uno stato serio: un norvegese, uno svedese o un danese si chiederebbero: “ma perchè, avete davvero bisogno di vietare una cosa del genere?”.

Poiché, purtroppo, non siamo un paese nordico, si è già verificato il caso in cui un'amministrazione periferica di polizia abbia dovuto chiedere, in proposito, il parere del Ministero dell'Interno, il quale, col parere del 13/03/2006, ha chiarito che:

"Se quindi il simbolo rappresentativo del gruppo politico o una parte significativa dello stesso è usata da un'amministrazione comunale è chiaro che si palesa l'appartenenza dell'esponente alla parte politica rappresentata dal simbolo stesso a scapito della minoranza, ponendosi in contrasto con il principio generale per il quale il comportamento degli amministratori deve essere improntato all'imparzialità e alla corretta amministrazione. In particolare il sindaco, quale capo dell'amministrazione comunale, rappresenta tutti i cittadini e non solo gli elettori appartenenti alla sua stessa compagine politica, ma anche quelli che hanno espresso una diversa preferenza. Ciò, nell'ambito dei segni distintivi, si traduce nell'esposizione unicamente dello stemma e del gonfalone, come ente esponenziale di una comunità e non di altri simboli fuorvianti l'dentità collettiva.”

Lo stesso parere evidenzia anche come sia illecita la mancata esposizione della bandiera nazionale, congiunta con quella europea, sugli edifici pubblici e nelle manifestazioni ufficiali, occasioni in cui, secondo la Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento del Cerimoniale di Stato, devono essere esposte le bandiere nazionale ed europea, con precedenza sui, pur consentiti, confaloni e bandiere degli enti locali, ma "non possono essere esposti simboli privati, quali insegne di partito, simboli di associazioni e organismi vari".

Mi piacerebbe poi approfondire (e appena ho tempo lo farò) il tema della responsabilità erariale degli amministratori comunali che hanno consentito un tale obrobrio: è, infatti, pacifico che, quando la loro amministrazione sarà costretta a rimuovere tutti quei simboli impropri, le spese che verranno incontrate si tradurranno in un indebito impoverimento delle casse comunali, con correlativo dovere di accertamento e addebito da parte dell'Autorità di controllo contabile.

Per adesso, bisogna prestare attenzione alle iniziative del Prefetto, che è il rappresentante della Repubblica nella nostra Provincia: spetta senz'altro a Lui prendere l'iniziativa.

Brescia, 14 settembre 2010


13 settembre 2010

Spagna, aborti in calo .

ANSA) - MADRID, 13 SET - Il numero di aborti e' calato in Spagna nel 2009 rispetto al 2008 per la prima volta da quando esistono statistiche ufficiali sul tema. Lo riferisce la radio Cadena Ser, citando un documento del ministero della Sanita'.

L'anno scorso sono stati praticati 112 mila aborti in Spagna, il 3% in meno rispetto al 2008 (116 mila). Il calo, secondo El Pais online, e' collegato con la riduzione del numero di immigrati nel Paese a causa della crisi economica e alla vendita in farmacia della Ru486.

07 settembre 2010

La laburista Julia Gillard, prima donna premier a Canberra


Il partito laburista conquista la maggioranza grazie al sostegno di 2 deputati indipendenti. Ora la premier formerà il governo.

Sydney, 7 set. (Apcom) - Julia Gillard, prima donna Primo ministro in Australia, é un ex avvocato dalla forte tempra che oggi, dopo due settimane di trattative, è riuscita ad ottenere la maggioranza in Parlamento che le consentirà di formare un governo di coalizione. Famosa sia per il suo pronunciato accento australiano che per il suo parlare schietto, Julia Gillard, 48 anni, era succeduta a giugno a Kevin Rudd, rimosso dalla guida del governo dopo aver perso degli appoggi chiave fra le fila del partito laburista. Poco dopo, annunciava che avrebbe "chiesto la fiducia del popolo per far avanzare l'Australia", senza poi riuscirsi ad imporre alle elezioni anticipate del 21 agosto, da dove non era uscito nessun vincitore per la prima volta da 70 anni. Alla fine oggi due dei tre deputati indipendenti hanno deciso di dare il loro appoggio ai laburisti che hanno così raggiunto la maggioranza sui conservatori di Tony Abbott, ottenendo il controllo di 76 dei 150 seggi della Camera dei Rappresentanti. Vice primo ministro del governo Rudd dal 2007, la Gillard si è rivelata uno dei ministri più efficienti. Anche alla guida del dicastero del Lavoro e dell'Istruzione ha saputo gestire un ambizioso programma di investimenti nelle scuole e a rimettere le mani su alcune leggi controverse sul lavoro votate dai conservatori. E mentre Kevin Rudd perdeva quota nei sondaggi, la Jillard che dichiara apertamente la sua condizione di celibe e il suo rifiuto a diventare madre, guadagnava i favori del pubblico.

05 settembre 2010

Salviamo Sakineh & Ebrahim


“Vogliamo denunciare la grave violazione dei diritti umani in Iran. Dopo il caso clamoroso di Sakineh, minacciata di morte per adulterio, vogliamo sollevare anche in Italia il caso drammatico di Ebrahim Hamidi, giovane diciottenne, arrestato in Iran e minacciato di morte perché sospettato di essere omosessuale”. Lo ha dichiarato Roberto Biscardini del PSI, annunciando la sua partecipazione all’iniziativa promossa a Milano dai giovani socialisti davanti al Consolato Generale dell’Iran, prevista per lunedì 6 settembre alle ore 18.00. Biscardini ha aggiunto: “Vogliamo svegliare il governo italiano, perché faccia quello che ha fatto il governo francese. Questo caso internazionale è tenuto sotto silenzio. Anche la Milano laica e libertaria deve far sentire il suo peso”.

Dopo Sakineh Mohammadi Ashtiani, condannata alla lapidazione per adulterio (e successivamente accusata di complicita' nell'omidicio del marito, confessione che sarebbe stata estorta con la tortura), l'Iran conferma la condanna a morte per impiccagione di un ragazzo sospettato di omosessualita', Ebrahim Hamidi, 18 anni.

In Iran l'omosessualita' e' un crimine abominevole punito con la pena di morte. La pena sarebbe gia' di per se' disumana, ma pare anche che la tendenza sessuale del giovane sia frutto di un insieme di drammatiche sovrapposizioni: ne sono coinvolti altri detenuti che avrebbero ottenuto promesse di rilascio mentre Ebrahim avrebbe confessato sotto tortura e durante il processo non aveva diritto ad alcuna rappresentanza legale.

Il verdetto e' stato pronunciato da un giudice che ha invocato una formula utilizzata quando non ci sono prove formali e quando l'accusa e' venuta meno (nel mese di luglio la presunta "vittima" di Ebrahim Hamidi ha riconosciuto di aver portato false accuse contro di lui sotto la pressione dei suoi genitori) la pena non e' stata modificata.

Anche per Hamidi, come per Sakineh, si sta generando una mobilitazione internazionale. In ogni caso - al di la' del fatto che qualora non fosse omosessuale, egli verra' ucciso per una incapacita' della giustizia di accertare la verita' e di fare marcia indietro di fronte alle prove contrarie - il caso di questo ragazzo dimostra quale sofferenza debbono subire in Iran le persone con tendenze sessuali diverse, costrette a negare la propria identita' per non perdere la vita.