26 febbraio 2011

Le sfide dell’Europa. Il futuro del Mediterraneo.

I Paesi del Nord Africa stanno decidendo in questi giorni del loro futuro a prezzo di una rivoluzione tanto improvvisa, quanto sanguinosa. Ma non solo. I delicati equilibri che si instaureranno fra le diverse anime che hanno guidato le rivolte, ed i governi che ne verranno fuori, decideranno anche del futuro del Mediterraneo e, inevitabilmente, dell’Europa.
Che siano governi realmente laici e democratici non è scontato. Certo la nascita delle nuove democrazie, che tutti (voglio credere) auspichiamo pluraliste e laiche, non si concretizzerà meglio e più rapidamente lasciando queste popolazioni di uomini e donne, fragili, terrorizzati e in fuga, in balia del loro destino e delle forze, ben altrimenti organizzate, che cercano di condizionare altrimenti i cambiamenti in atto.
Quanto sta accedendo non è indifferente rispetto al mandato del’ONU che, anzi, avrebbe il dovere di intervenire in presenza del vero e proprio genocidio in atto, almeno in Libia. Non è indifferente neppure rispetto alla ‘mission’ dell’Unione Europea, che, se veramente intende garantire un futuro di pace e prosperità per le sue democrazie ed i suoi cittadini, non può limitarsi, ora, a schierare nel Mediterraneo, e nella prospettiva della sua futura fisionomia politica, portaerei in assetto da guerra e navi militari ‘che scongiurino l’invasione dei clandestini’ (!).
L’Europa non può rispondere alla più grande rivoluzione degli ultimi decenni con una mera politica di respingimenti. Chi legga in questi termini l’emergenza umanitaria del Nord Africa e l’occasione democratica che ne deriva per quelle popolazioni non è all’altezza delle responsabilità che una tale crisi richiede, poiché non coglie le responsabilità per le democrazie limitrofe e le opportunità che potrebbero derivare dalla nascita nel Mediterraneo di un’area democratica di liberi scambi culturali, sociali ed economici. Forse, in una prospettiva neanche tropo lontana, l’uscita dalla crisi e dalla sudditanza economica da un sistema altrimenti egemonizzato potrebbe passare da qui.
Ma, allora, perché nessuno sembra voler cogliere questa opportunità? Detta in altri termini: chi ha paura di un Nord Africa libero e democratico? Chi ha paura di un possibile spostamento dell’asse degli scambi dal Nord Europa al Mediterraneo?
Un ultima, evidente notazione stranamente ‘schivata’:  sono proprie le forze autoritarie e fondamentaliste, che tutti dicono di temere (avendo l’accortezza di mantenersi a debita distanza), che si avvantaggerebbero, anzi, troverebbero un formidabile alleato proprio in una politica europea ed occidentale miope ed egoista che, dietro l’ipocrisia del diritto all’autodeterminazione dei popoli, lasciasse soli e senza sostegno internazionale i movimenti di liberazione nazionali. Un regalo quanto mai gradito ai ‘profeti della paura’, ai ‘mercanti di odio’, a quanti tenteranno di condizionare con le loro organizzazioni religiose o lobbistiche la transizione democratica per cui stanno lottando i popoli del Nord Africa.
Sono proprio le portaerei in assetto da guerra che stavano aspettando tali ‘profeti’: uno schieramento plastico dell’egoismo, dell’ipocrisia, dell’egoismo occidentale. Un tradimento dei valori in cui tutti noi europei crediamo e che fanno della libertà, della giustizia, della dignità umana e della solidarietà internazionale di fronte alle più gravi violazioni dei diritti umani il cuore della nostra cultura giuridica, civile e politica.
Siamo ancora in tempo.
Mandate le nostre navi, si, ma piene di aiuti umanitari ed innalzate le nostre bandiere, tutte, accanto a quelle della Croce Rossa, di Emergency, di Amnesty International e di tutte le organizzazioni che difendono i diritti di libertà dei popoli e dei rifugiati politici. Tendete le nostre mani, non le nostre armi, per dimostrare fattivamente a quei popoli che i valori in cui crediamo sono valori per tutti e non per pochi e che vengono prima dell’interesse miope e gretto dei nazionalismi beceri, degli interessi economici di qualche lobby, delle paure e delle menzogne su cui qualche leader costruisce le sue fortune.
L’Europa dei popoli è oggi più avanti dei suoi governi. Le voci che si alzano in questi giorni nei dibattiti pubblici e mediatici chiedono ben altro che chiusure e respingimenti. Chiedono, al contrario, di sostenere quei popoli e il loro processo di libertà, non per condizionarlo nelle scelte e nelle forme, ma per garantirne la più piena ‘auto-nomia’. Chiedono di prendere definitivamente posizione contro ogni regime dittatoriale, oppressivo e lesivo dei diritti dei singoli e dei popoli ad una ‘reale’ autodeterminazione democratica. Chiedono all’ONU ed all’Europa di uscire da ambiguità ed ipocrisie ed offrire a quei popoli il più completo sostegno per difendere quel processo democratico che loro, e solo loro, dovranno porre in essere in piena autonomia e libertà.
L’Europa dei popoli è pronta a costruire insieme un futuro di democrazia e prosperità per tutto il Mediterraneo. Affinché non sia mai più necessario dover fuggire dal proprio Paese per vivere da uomini e donne liberi. Perché di fronte al valore della vita umana, della libertà e diritto di ogni essere umano a costruire per se e per i propri figli un futuro migliore, non ci sono interessi di parte e scuse diplomatiche che tengano. Non venite a raccontarcene. Non le ascolteremo più.

25 febbraio 2011

ONU inaugura la prima agenzia dedicata alle Donne

La sede delle Nazioni Unite a New York si è messa l'abito lungo per una inagurazione storica, quella della nuova organizzazione UN WOMEN ( ONU Mujeres / ONU Donne)

UN Women Launch
Al fronte della nuova "creatura" delle Nazioni Unite per l'Uguaglianza di Genere da quasi un anno c'è la exPresidenta del Cile, Michelle Bachelet che durante la cerimonia ha ricordato la sua storia:

"Mi propia experiencia me ha demostrado que no hay límites a lo que puede conseguir una mujer"


"La disuguaglianza tra uomini e donne e la discriminazione e impediscono l'avanzamento e lo sviluppo della pace , della sicurezza e l'applicazione dei diritti umani" .


23 febbraio 2011

30 anni dal 23 f "el Golpe de Estado"

Golpe de Estado del 23F (Tejero)
Caricato da Letosvet. -

Son passati trent'anni dal giorno in cui, approfittando di un governo ancora fragile e della crisi economica degli anni successivi alla caduta del franchismo, un gruppo di militari armati di mitra e guidati dal colonnello della Guardia Civile Antonio Tejero fece irruzione nella sede del Congresso dei Deputati

17 ore che il 23 febbraio 1981 lasciarono la Spagna intera sospesa immersa nel silenzio passivo, timoroso, in attesa degli eventi. Un video di trentacinque minuti registrò quelle vicende, scalfendo indelebilmente nella memoria degli spagnoli l’immagine di quel breve frangente. Le immagini riprese filmarono l’irruzione: il momento in cui il tenente colonnello Antonio Tejero, armato e con un manipolo di militari entrava nell’emiciclo del parlamento madrileno, dove si stavano tenendo le votazioni per il nuovo presidente. Durante la sparatoria, l’attacco e lo scompiglio generale, mentre i presenti si gettavano a terra, inghiottiti dai loro scranni, Adolfo Suarez, presidente uscente, insieme al suo vice e a Santiago Carillo, ex segretario del partito comunista, rimanevano immobili, seduti, statuari ai loro posti.

21 febbraio 2011

22.02 : Giornata Internazionale dell'Uguaglianza Salariale - Día Internacional de la Igualdad Salarial

Cinque milioni di biglietti della lotteria per celebrare la Giornata Internazionale sull'Uguaglianza Salariale

Il 22 febbraio è il giorno scelto dal Parlamento Europeo per ricordare ai governi che esiste un "gap" salariale tra uomini e donne. 
"Il 22 febbraio non è una data casuale, una donna deve lavorare un mese e 22 giorni in più per guadagnare quanto guadagna un uomo per il medesimo lavoro." ha spiegato questa mattina Bibiana Aido nell'atto di presentazione al pubblico del biglietto che la  lotteria ONCE ha dedicato al Día de la Igualdad Salarial.
"La UE ha continuato la segretaria di stato per l'uguaglianza, ricorda che le donne europee guadagnano in media il 15% meno rispetto agli uomini, le statistiche segnalano che una donna nel 2011 deve lavorare 418 giorni per equiparare il proprio stipendio annuale a quello dei colleghi maschi."
Los datos han mejorado pero hay que seguir trabajando para acabar con la brecha salarial, una anomalía que una economía moderna y competitiva no puede permitirse. (Bibiana Aido)
 
La Secretaria de Estado de Igualdad y la Directora General para la Igualdad en el Empleo y contra la Discriminación junto a la Vicepresidenta y la Directora de Coordinación de Servicios Comunes de la Fundación ONCE



19 febbraio 2011

Maledetto il Paese che non ha bisogno di giovani

Il filosofo Miguel de Unamuno sferza la sua Spagna di fine ’800 con pensieri più che mai attuali per l’Italia di oggi: servono «germogli freschi» per rinnovare il rapporto tra «Cultura e Nazione»

 
Non ci sono correnti vive interne nella nostra vita intellettuale e morale; questo è un pantano di acqua stagnante, non una corrente sorgiva. Solo una sassata può agitare la superficie e, tutt’al più, smuove il fango sul fondo e intorbidisce l’acqua del pozzo. Sotto un’atmosfera soporifera si estende un deserto spirituale di un’aridità terrificante. Non c’è freschezza né spontaneità, non c’è gioventù. Ecco qui il punto terribile: non c’è gioventù.

Ci saranno i giovani, ma la gioventù manca. E il punto è che l’Inquisizione latente e il formalismo senile la tengono repressa. In altri Paesi europei appaiono nuove stelle, la maggior parte di esse sono erranti e scompaiono subito dopo la loro comparsa; c’è il galletto del giorno, il genio della stagione; qui no, non c’è nemmeno questo: sempre gli stessi cani e con gli stessi guinzagli. Si dice che, qua e là, ci siano germi vivi e fecondi, mezzi nascosti, ma il terreno è così pressato e compatto che i teneri germogli dei semi profondi non riescono a rompere lo strato superficiale della crosta, non ce la fanno a rompere il ghiaccio.

Un uomo che, alla sua età, conserva più che una fede matura, un vigoroso entusiasmo giovanile, sostiene che qui i giovani promettono qualcosa sino ai trent’anni, e poi si trasformano in mollaccioni. Non si trasformano, li trasformano; cadono feriti e anemici di fronte al reticolo brutale e ferreo del nostro autoritarismo e della nostra stupida gravità; nessuno dà loro in tempo uno sguardo benevolo e d’intelligenza. Li si vuole diversi da come sono; il nostro spirito di intolleranza irrancidito non riesce a pensare di lasciare che ciascuno si sviluppi secondo le sue inclinazioni e la sua natura.

Poco fa un critico chiedeva un quarto turno all’Español per gli autori emergenti e sconosciuti, qualcosa di simile a un teatro libero. Generosa illusione! Sappiamo forse riconoscere il nuovo germoglio? Ci manca quello che Carlyle definiva l’eroismo di un popolo, il saper riconoscere i suoi eroi. Se dei ragazzi fondano una rivista, vedrete subito sulle loro testate i soliti nomi di cartello. Nella vita intellettuale, come nella corrida - anch’essa appestata dalla formalità - l’alternativa deve essere proposta dalle mani delle vecchie spade, il resto non andrà mai oltre il rango inferiore di novillero. Accanto a questa deformazione nei confronti della gioventù, si trova un superstizioso servilismo verso gli incensati.

È stato esercitato con furia implacabile il compito di tormentare e schiacciare i germogli freschi, senza distinguere il tenero dalla sterpaglia in cui cresceva, e non sono stati toccati il vischio, i tumori e le escrescenze delle vecchie querce, incensate e intoccabili. Quanti giovani morti nel fiore di questa società, che ha occhi solo per il trito e ritrito, cieca verso quello che si sta facendo! Giudica morti tutti quelli che non si sono iscritti in una delle tante massonerie, quella bianca, quella nera, grigia, rossa, blu...

Si aggiunga, inoltre, che la povertà della nostra nazione rende difficile guadagnarsi la vita e mettere radici; il primum vivere soffoca il deinde philosophari. I giovani tardano a lasciare i lembi della gonna materna, a separarsi dalla placenta familiare e, quando lo fanno, disperdono le loro forze nella ricerca di un padrino che li guidi in questa savana agghiacciante. Per sfuggire all’eliminazione, mettono in atto tutte le loro facoltà camaleontiche sino a prendere il colore grigio scuro e sbiadito dell’ambiente circostante, e ci riescono. Non è un adattarsi alle circostanze facendo sì che queste si adattino a loro volta, attivamente, a essi; è un adagiarvisi passivo.

Viviamo in un Paese povero, e dove non c’è farina è tutta una moina. La povertà economica spiega la nostra anemia mentale; le forze più fresche e giovanili si esauriscono nel tentativo di affermarsi, nella lotta per il destino. Sono poche le verità più profonde di quella per cui, nella gerarchia dei fenomeni sociali, quelli economici sono i primi principi, gli elementi.

E il nostro male non è tanto la povertà, quanto l’impegno a esibire quello che non c’è. La povertà del bollito fatto con le ossa, l’insalata di carne delle altre sere, i dolori e le lamentele dei sabati e le lenticchie del venerdì contribuirono senz’altro alle veglie notturne passate nella lettura dei libri di cavalleria che seccarono il cervello al povero Alonso il Buono. Ed è ancora corrente tra noi l’aforisma di Dómine Cabra secondo cui la fame è salute; fa proseliti il dottor Sagredo, e si continua a ribadire gravemente che i tumori esprimono la forza del sangue, e gli attacchi di epilessia l’eccesso di salute. E ci prescrivono la dieta come ricetta. E attenzione a dire la verità! Quello che la dichiara virilmente, senza ambasce né circonlocuzioni, viene accusato di pessimismo dagli spiriti fragili e scettici. Si vuole continuare la ridicola commedia di un popolo che finge di ingannarsi riguardo al proprio stato.

Non c’è una Giovane Spagna, né qualcosa che vi corrisponda; nessuna protesta che non sia quella trincerata attorno ai tavolini dei caffè, dove si dispensa ingegno e si spreca vigore. E quegli stessi oratori protestanti dei caffè, molti di loro briosi e pieni di vita, quando si trovano di fronte al pubblico si comprimono e, paralizzati e come stregati dalla vista della bestia collettiva, si mettono a intessere le più colossali volgarità e i canti più ritriti della pubblica routine. Si soffoca la gioventù senza comprenderla, volendola di certo seria e formale; come Dio vuole il Faraone, prima la si assorda, poi la si chiama e, vedendo che non risponde, la si denigra. La nostra società è la vecchia e castiza famiglia patriarcale allargata. Viviamo in piena presbitocraziavetustocrazia, è stata chiamata), sotto il senato dei sachems, subendo l’imposizione di vecchi incapaci di comprendere lo spirito giovane e che mormorano: «Non spingete, ragazzi», quando non fanno da anestetici per quelli che accolgono sotto la loro protezione: «Ah! Lei è ancora giovane; ha molto tempo davanti a sé...», come dire «lei non è ancora abbastanza tonto per potersi avvicendare con me. La sconcertante gerarchia chiusa dell’antichità e l’occlusione di tutte le vie.

Gli stessi giovani invecchiano o, meglio, si invecchiano subito, si formalizzano, si istupidiscono, si incasellano e fanno quadrato e, diventando disciplinati come un turacciolo, possono entrare come pedoni nella nostra scacchiera spagnola e, se si comportano da bravi bambini, diventare alfieri.

Dov’è assente la gioventù manca anche un vero spirito di aggregazione, che nasce dal traboccare della vita, dal vigore che monta e si travasa. Qui le società nascono ossificate - se nascono -, perché l’asocialità è uno dei nostri tratti caratteristici. Estesa alle relazioni sessuali, la nostra asocialità fomenta la brutalità maschilista, fonte di grandi volgarità e di oscene posture, per finire sottomettendo gli uomini a capricci e piccoli intrighi femminili, come tanti pulcinella.


È deprimente per l’anima vedere i danni della nostra asocialità, del nostro stato brado mascherato. \[...\] Nella vita comune e nei commerci della gente, l’estrema povertà di idee ci porta a saturare la conversazione, come riempitivo, con parolone goffe, mascherando così la balbuzie mentale, figlia di quella povertà; e l’opacità di ingegno, digiuno di nutrimento sostanzioso, ci conduce a divertirci con la barzelletta da taverna e altre basse oscenità. Persiste la propensione alla volgare ordinarietà che ho segnalato come caratteristica del nostro vecchio realismo castizo. Su questa miseria spirituale si estende il polipo politico e in questa anemia si sono congestionati i centri più o meno parlamentari. In una politicuccia così meschina l’ingegnosità soppianta il sapere solido e si fanno scaramucce da guerriglia. La piccolezza della politica diffonde il suo virus a tutte le altre estensioni dell’anima nazionale. Ed è in crisi persino il polipo. I vecchi partiti, rinsecchiti nella loro scorza autoritaristica, si trascinano aridi e spunta, come segno dei tempi, il bon ton scettico, quello della distinzione elegante, il neoconservatorismo dilettantesco e da signorini con colpi plutocratici. 
 
 
Miguel de Unamuno
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14 febbraio 2011

il nuovo blog del Pais El Papa calla sobre el bunga-bunga

è online il nuovo blog del Pais.


di Berna González Harbour

Nos hemos hartado de oírle hablar de los peligros de la España de Zapatero. No había aterrizado aún el Papa en Madrid la última vez cuando sus palabras en el avión que le traía ya habían incendiado las webs y advertido sobre las nada diplomáticas intenciones de su viaje a este país: "En España nació un secularismo fuerte y agresivo, como vimos en los años treinta". O sea, como cuando nos quemaron las iglesias con los curas dentro, la guerra, el infierno.
Pero no es eso de lo que venimos a hablar hoy. Lo que nos sorprende aquí estos días, acostumbrados a ver al Papa actuar como un rayo cuando se trata de España, es lo callado que está sobre la Italia de Berlusconi. Bien es verdad que no tendrá a mano un diccionario rápido para entender los términos del momento. Ayudémosle:
-         Bunga-bunga: dícese de las fiestas de Berlusconi con variadas prostitutas a elegir, entre ellas menores, para disfrute del César.
-         Ruby: Primera acepción: supuesta sobrina de Mubarak (Berlusconi dixit) de la que la autoridad debe hacerse cargo de forma especial para que no pase la noche en un centro de menores inmigrantes. Segunda acepción: prostituta menor relacionada con Berlusconi (Fiscal dixit), que da nombre al caso que hoy investiga la justicia.
Podríamos seguir, pero dejemos de momento al Papa con ese minimanual urgente del idioma del momento. Confiemos en que tras ver la movilización masiva de mujeres este domingo en toda Italia rompa el silencio, condene la degradación de la mujer que vive Italia y contradiga por ejemplo a Vitorio Messori, el periodista del catolicismo, que ha dicho de Berlusconi: "Mejor un putero que haga buenas leyes para la Iglesia que uno catoliquísimo que nos perjudique".
Interesante ¿verdad? Quién iba a decirlo del moralizante Vaticano dispuesto a condenar a la España que casa a los homosexuales o enseña Ciudadanía en el colegio. Claro que, hablando de Zapatero, tampoco le hemos oído a él decir nada sobre Berlusconi ni lo que está ocurriendo en Italia. Muy curioso.
 Coda:  Mensaje para Berlusconi. Esta vez no puedes acusar a las mujeres manifestantes de tener, en el fondo, envidia por no estar en tus fiestas. Ellas se te adelantaron. Portaban pancartas preventivas: “Silvio, tranquilio, sólo tenemeos envidia de no poder participar en el bunga –bunga”. La Italia brillante e irónica ha despertado. Viva Italia.

02 febbraio 2011

Rajoy: "mi è stato chiesto cosa intendo fare per il lavoro..."

altra gaffe per il lider dei Popolari 


Mariano Rajoy no conoce ni sus propias propuestas para salir de la crisis. 
Mariano Rajoy non comprende neppure le sue stesse proposte per uscire dalla crisi.I'uomo, il politico che, secondo tutti i sondaggi sarà il prossimo presidente del governo, ieri in TV è incappato in un doppio "problemas" di comunicazione: quello di non ricordare le soluzioni e le interpretazioni della crisi economica spagnola del suo partito e il più grave , l’incapacità di  leggere la propria calligrafia, nel bigliettino con gli appunti preparato prima della messa in onda.
Una spettatrice  seduta in studio durante la diretta di La vuelta al Mundo, di Veo7, come da copione prende parola per porre una domanda sull’attuale grave situazione della disoccupazione giovanile e quali misure d’aiuto il PP il partiito di Rajoy proporrà ai giovani imprenditori nella prossima campagna elettorale o dai banchi dell’opposizione.
Attimo di panico, imbarazzo e… quando è arrivato il momento di rispondere, Rajoy rimasto  – senza parole- balbetta "Vamos a ver, eeeh, uuum..." scrutando ogni volta con maggior attenzione il foglietto che teneva sul tavolo.
Dopo sette secondi, vedendo che il lider del PP non riusciva in nessun modo a reagire e uscire (dalla  crisi) per la domanda della ragazza,  il conduttore Pedro J. Ramírez, ha prestato oratoriamente soccorso con un  "Vamos a ver si es capaz de responder en un minuto".  

E a Rajoy non è rimasto che rispondere “Misure per creare lavoro? Bene, la verità è che mi è successa una cosa veramente grave, le avevo scritte ma non riesco a leggerle".

Asino di natura che non capisce la propria scrittura

vuoi vedere che Cetto ha ragione anche sta volta???


gitano